Atri, il museo delle cose donate: chiuso da cinque anni, ora al centro di un progetto da 350.000 euro
La città lo ha riempito con gli oggetti delle proprie case. Un pezzo di controsoffitto lo ha chiuso. Adesso arriva un finanziamento per farne un luogo di lavoro, laboratori e incontri. Nella scheda del progetto che il Comune ci ha trasmesso non c'è scritto che cosa succede alla raccolta.

Nella fotografia il soffitto della sala è aperto in due punti. Dietro i pannelli di cartongesso si vede la struttura di metallo; i binari delle luci sono piegati. Sotto, in fila, le teche di vetro con gli abiti, i telai di legno, i tavoli da lavoro.
È la sala principale del Museo civico etnografico di Atri, in piazza San Pietro. Circa cinque anni fa una parte del controsoffitto si è staccata e si è appoggiata su un mobile. Sotto non si è rotto nulla. Da allora il museo è chiuso e i visitatori non possono entrare.
Nel libro che il museo ha pubblicato nel 2008 c'è una fotografia della stessa sala: le stesse teche, gli stessi binari, il controsoffitto intero.
La fotografia di oggi ce l'ha data Ettore Cicconi, che il museo lo ha ideato e ne è il responsabile. Lo abbiamo incontrato. Il danno, dice, riguarda il controsoffitto e non gli oggetti, e nelle immagini le teche sono intatte. Sopra di loro, il controsoffitto è ancora aperto.
Il 1° settembre 2026 la Fondazione CDP ha finanziato con 350.000 euro un progetto, RIABITA, che lo ha per sede: coworking, laboratori, residenze d'artista, visite. Il Comune ci ha trasmesso la scheda del progetto, otto pagine. Parla di molte cose nuove. Della raccolta che c'è già, e di che cosa le succederà, non dice nulla.
Museo civico etnografico di Atri · 1946-2026
Il museo che Atri si è costruita
Una città dona i suoi oggetti, ne fa un museo, poi lo trova chiuso. Ottant'anni in una pagina, dalle partenze per le miniere del Belgio al progetto RIABITA.
Riassunto dell'infografica. Dal 1946 al 1958 circa centoquaranta atriani partono per le miniere di carbone del Belgio; nel 1956 a Marcinelle muoiono 262 minatori, 136 italiani. Nel 1957 o nel 1958 vengono demoliti la chiesa e il monastero di San Pietro, dove sorgerà la sede del museo. Nel 1982 Ettore Cicconi ha l'idea del museo; nel 1984 arrivano le prime donazioni delle famiglie; nel 1990 la Regione riconosce la raccolta come museo, nella sede di piazza San Pietro; nel 1992 nasce il Museo civico etnografico, di proprietà del Comune. Nel 1998 la Soprintendenza consegna circa trecento schede di catalogo. Nel 2008 il libro del museo conta circa tremila pezzi e mostra la sala con il controsoffitto intero. I visitatori rilevati dall'ISTAT scendono da 550 nel 2019 a 20 nel 2022 (indagine ISTAT sui musei, dati riportati da Wikidata). Circa nel 2021 una parte del controsoffitto si stacca e il museo chiude al pubblico. Dal 1992 il museo porta i suoi oggetti in mostre a Siviglia, Roma, Chieti e Teramo e lavora con le scuole; nel 2025, a sale chiuse, propone ancora alle scuole attività gratuite. Il 1° settembre 2026 il progetto RIABITA ottiene 350.000 euro con sede nel museo; il 1° ottobre 2026 il Comune trasmette la sola scheda del progetto, in cui non compare che cosa succede alla raccolta. In sintesi: circa 37 anni dalle prime donazioni alla chiusura, circa 5 anni di sale chiuse.
Ottant'anni in una riga
- Partenze per il Belgio, 1946-1958
- Dalle prime donazioni alla chiusura
- Sale chiuse (data d'inizio approssimativa)
- RIABITA, 2026
Le tappe
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194611 novembre
I primi sette partono per il Belgio
Il 23 giugno Italia e Belgio firmano un protocollo: lavoratori in cambio di carbone. Da Atri ne seguono circa cento nel 1947 e una quarantina fra il 1954 e il 1958.
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19568 agosto
Marcinelle
Nella miniera muoiono 262 minatori, 136 italiani. Nel museo resterà una vetrina con gli attrezzi dei minatori atriani: il martello pneumatico, la gavetta, l'elmetto.
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1957o 1958
Cade San Pietro anno incerto
Chiesa e monastero di San Pietro vengono demoliti. Al loro posto sorge il mercato coperto, che diventerà la sede del museo. Le fonti non concordano sull'anno.
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1982
L'idea
Ettore Cicconi visita una mostra sulle tradizioni popolari a Isola del Gran Sasso e pensa a un museo per Atri.
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1984
Le prime donazioni
Le famiglie portano gli oggetti di casa e di bottega. La raccolta sarà fatta di doni «nella quasi totalità».
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1990
Un museo in piazza San Pietro
La Regione riconosce la raccolta come Museo delle tradizioni popolari, con sede nell'ex mercato coperto.
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1992
Museo civico etnografico
Con la legge regionale 44 diventa museo di interesse locale, di proprietà del Comune. Lo stesso anno alcuni suoi oggetti vanno all'Esposizione universale di Siviglia.
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1993fino al 2006
Il museo fuori dalle sale
Il teatro con i bambini delle elementari (1993-1994), una mostra a Roma (1996), la biblioteca dell'immagine e la sala multimediale (1999), il Museo archeologico nazionale di Chieti (2005-2006). E i laboratori per le scuole.
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1998
Trecento schede
Per conto della Soprintendenza vengono catalogati circa trecento oggetti, con le testimonianze orali.
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2008
Il libro del museo
Circa tremila pezzi, 2.500 esposti. Nelle fotografie la sala principale ha il controsoffitto intero.
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2019fino al 2022
I visitatori
Fonte: ISTAT, indagine sui musei, dati riportati da Wikidata. Sono anche gli anni della pandemia.
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2021circa
Il controsoffitto si stacca, le sale chiudono data approssimativa
Una parte del controsoffitto della sala principale si stacca e si appoggia su un mobile; sotto non si rompe nulla. Da allora i visitatori non possono entrare. Lo racconta il responsabile del museo.
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2025
Le sale sono chiuse, il lavoro no
Le proposte più recenti che abbiamo visto: laboratori, visite al centro storico, incontri sui faugni per le scuole di Atri. Tutto gratuito.
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20261° settembre
350.000 euro per RIABITA
La Fondazione CDP finanzia un progetto con sede nel museo: coworking, laboratori, residenze, visite.
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20261° ottobre
Otto pagine
Alla nostra richiesta di accesso civico il Comune risponde con la scheda del progetto. Che cosa succede alla raccolta, nella scheda non compare.
Che cosa c'è dentro
Ci sono i carri, gli aratri, un grande torchio in quercia e un frantoio del Seicento. Una filanda in ghisa di inizio Novecento, arrivata da Biella, e la taglierina della fabbrica di liquirizia Menozzi-De Rosa. Il proiettore del primo cinema di Atri. La cucina, le camere, le botteghe del calzolaio, del falegname e del sarto, con una misura del 1694. Gli abiti delle confraternite, del Sei e Settecento, e quelli ricamati in fili d'oro delle famiglie dell'Ottocento. Una giara di Castelli del 1872. Un violino del 1874 e gli strumenti della banda.
Nel 2008 il libro contava circa tremila pezzi, 2.500 dei quali esposti. Il sito del Comune oggi dice «oltre 2.000».

E c'è una vetrina che, nel libro del 2008, ha questa didascalia: «utensili appartenenti a minatori atriani in Belgio: martello pneumatico, gavetta, elmetto, tuta, maschere».
Il martello che non deve fare scintille
Il martello c'è ancora, e non è d'acciaio, racconta Cicconi: è in ottone, o in un'altra lega di rame. Lo ha riportato ad Atri un minatore tornato dal Belgio.
Il motivo è il metallo. Dove l'aria può esplodere, gli attrezzi si fanno in leghe di rame perché, battendo, non fanno scintille. Nelle gallerie di carbone il pericolo aveva un nome: grisù.
Il 23 giugno 1946 Italia e Belgio firmarono un protocollo: lavoratori italiani in cambio di carbone a prezzo di favore. Da Atri, secondo il libro del museo, i primi sette partirono l'11 novembre 1946; nel 1947 ne seguirono circa cento, in cinque convogli; fra il 1954 e il 1958 altri quaranta circa. Nel 1990 il museo registrò le testimonianze di due di loro, minatori a Boussu-Bois. Pochi anni prima che partissero gli ultimi, l'8 agosto 1956, a Marcinelle morirono 262 minatori: 136 erano italiani.
Nei musei che pubblicano online le loro raccolte, in Italia e in Belgio, non ne abbiamo trovato un altro.
Quanto valga in denaro non lo sappiamo. Non è una corona né un dipinto. È un attrezzo da lavoro, e il suo valore è di un altro genere, più intimo: appartiene a una città che ha mandato i suoi uomini là sotto.
Una raccolta fatta dalla città
Quasi niente di tutto questo è stato comprato. Lo scrive nel libro Elisa Amorosi, della Soprintendenza: il patrimonio del Comune è «formato da oggetti pervenuti per donazione nella quasi totalità, ad eccezione di alcune ceramiche». Venivano soprattutto dalle case e dalle botteghe del centro storico. Anche le vetrine hanno una storia: erano state dismesse dal Museo Capitolare.
L'idea, racconta Cicconi nello stesso libro, nasce nel 1982. Era operatore culturale della Regione ad Atri e visitò una mostra sulle tradizioni popolari allestita in una casa di Isola del Gran Sasso. I primi pezzi raccolti finirono nel sottoscala del Centro servizi culturali, in corso Elio Adriano. Le prime donazioni delle famiglie arrivarono nel 1984. Nel 1990 la Regione riconobbe la raccolta come museo, con sede nell'ex mercato coperto di piazza San Pietro. Nel 1992 diventò il Museo civico etnografico, di proprietà del Comune.
Nel 2008 i promotori lavoravano ancora per il museo in modo «volontario e disinteressato»; la gestione era affidata dal 2000 alla cooperativa Il Filo d'Arianna.
Esistono un inventario e un registro delle donazioni, dice Cicconi, in copia al museo e al Comune. Una parte dei pezzi ha anche una scheda scientifica: alla fine degli anni Novanta due ricercatrici, per conto della Soprintendenza, ne catalogarono circa trecento, raccogliendo le testimonianze orali; le schede furono consegnate nel 1998.
La sede ha una storia sua. L'ex mercato coperto sorge dove c'erano la chiesa e il monastero di San Pietro, demoliti negli anni Cinquanta: nel 1957 secondo uno studio archeologico e uno storico locale, nel 1958 secondo il libro del museo. Il piano inferiore, scriveva il libro nel 2008, è l'ultimo resto del convento; in quell'anno era in ristrutturazione per ospitare la tipografia Colleluori, il frantoio e la sezione di archeologia industriale.
Cinque anni con la porta chiusa
Della chiusura, le fonti pubbliche non parlano. La pagina del Comune, aggiornata a novembre 2024, lo descrive sala per sala e non riporta orari. A settembre i giornali hanno scritto che «riapre».
Ci sono i numeri dell'ISTAT, che conta i visitatori dei musei italiani: 550 nel 2019, 200 nel 2020, 40 nel 2021, 20 nel 2022. Nel 2021, nessun dipendente. Sono anche gli anni della pandemia.
Per il sito del Comune, poi, la sala principale si raggiunge «esclusivamente attraverso una scalinata». Nel museo, riferisce Cicconi, c'è però un montacarichi-ascensore.
Fuori dalle sue sale, intanto, il museo ha continuato a lavorare. Non è una novità di questi anni. Il libro del 2008 elenca le mostre a cui ha portato i suoi oggetti: l'Esposizione universale di Siviglia nel 1992, Roma nel 1996, il Museo archeologico nazionale di Chieti nel 2005-2006, Teramo nel 2006. Nel 1993 e nel 1994 i bambini delle elementari misero in scena, con il museo, due testi teatrali. Nel 1999 si aprirono una biblioteca dell'immagine e una sala multimediale da cinquanta posti, e da allora i laboratori per le scuole.
Le carte più recenti che abbiamo visto sono del 2025. Su carta intestata del museo, propongono alle scuole di Atri laboratori di archeologia, visite guidate al centro storico, incontri sui faugni, i fuochi che la città accende la notte tra il 7 e l'8 dicembre. In fondo a una di quelle lettere c'è scritto: «Tutti i laboratori proposti sono a titolo gratuito». L'Assessore alla Cultura è tra i destinatari. Della lezione sui faugni all'istituto Zoli hanno scritto anche i giornali locali.
Le lettere le firma Cicconi, che non è solo l'uomo del museo. Negli anni Ottanta, racconta, ha messo in scena ad Atri una Passione di Cristo. Conserva un archivio di fotografie dei faugni scattate trent'anni fa. Ha preparato lui la documentazione con cui Atri partecipa alla festa del fuoco di Agnone, in Molise, una collaborazione ancora in corso.
I 350.000 euro
Il bando è «Ecosistemi culturali al Sud Italia» della Fondazione CDP; RIABITA è uno dei tre progetti vincitori. Il 3 settembre il Comune ha protocollato la nostra richiesta di accesso civico ai documenti del progetto. Il 1° ottobre l'Area Servizi alla Persona e alla Collettività ha risposto trasmettendo «la documentazione ad oggi in possesso dell'Ente»: la scheda di otto pagine. Le cifre che seguono vengono da lì.
Museo civico etnografico di Atri · progetto RIABITA
Dove vanno i 350.000 euro
Come la scheda del progetto, otto pagine trasmesse dal Comune, divide il finanziamento della Fondazione CDP.
I blocchi sono in scala: hanno la stessa larghezza e un'altezza proporzionale alla cifra. Il terzo livello è ingrandito cinque volte.
Riassunto dell'infografica. Totale del progetto: 350.000 euro. Per partner: Formatalenti, capofila, 133.000 euro (38%); ITACA 110.000 euro (31,4%); Culturà 37.000 euro (10,6%); Comune di Atri 70.000 euro (20%).
Voci con un prezzo nella scheda, 187.000 euro in tutto: coworking 30.000 euro, hub creativo e residenze 45.000 euro, inserimento lavorativo 42.000 euro, tutte di Formatalenti; lavori sull'immobile 70.000 euro, del Comune. Senza importo per voce: 163.000 euro, cioè 16.000 euro della quota di Formatalenti, l'intera quota di ITACA, 110.000 euro, e l'intera quota di Culturà, 37.000 euro. Il 53 e il 47 per cento sono calcoli nostri.
I 70.000 euro del Comune: risparmio energetico 30.000 euro, accessibilità 15.000 euro, allestimento di sala laboratori, coworking e hub creativo 20.000 euro, arredi 5.000 euro.
Tra le voci con un prezzo, nessuna riguarda l'esposizione, la conservazione o la custodia della raccolta del museo.
Livello 1
A chi vanno
I quattro partner del progetto e la quota di ciascuno.
Livello 2
Quanto ha un prezzo
Solo quattro attività hanno un importo nella scheda: tre di Formatalenti e i lavori del Comune. Per le attività di ITACA e di Culturà, e per una parte di quelle di Formatalenti, la scheda elenca che cosa si farà ma non quanto costa.
* Percentuali calcolate da noi sui 350.000 euro.
Tra le voci con un importo, nessuna riguarda l'esposizione, la conservazione o la custodia degli oggetti del museo. Una spesa del genere potrebbe stare nei 163.000 euro senza dettaglio: la scheda non lo indica.
Livello 3 · ingrandito cinque volte
I 70.000 euro del Comune
I lavori sull'immobile. I 20.000 euro di allestimento sono per i tre spazi nuovi; per teche o percorso espositivo nella scheda non compare una voce.
Fanno 187.000 euro. Per gli altri 163.000, quasi la metà del totale, la scheda elenca le attività ma non i costi: lo sportello per i giovani, 24 laboratori, 48 visite delle scuole, un archivio digitale con 40 video e 20 podcast, gli scambi con l'estero, un convegno, la comunicazione, sessanta tavoli di confronto con cittadini e associazioni.
Il progetto dura due anni. Prevede un coworking con quattro postazioni, aperto dal lunedì al sabato, a 50 euro al mese per i residenti. Sessanta visite guidate e mille visitatori, con un biglietto da 3 euro. Quattro persone in condizione di fragilità assunte per diciotto mesi, a venti ore la settimana. Dopo il progetto, una convenzione di cinque anni, rinnovabile, tra il Comune e gli enti del terzo settore per la gestione del museo.
Mille visitatori in due anni, per un museo che nel 2022 ne ha contati venti: il progetto punta in alto. Un museo riaperto, con persone che ci lavorano e ragazzi che ci entrano, sarebbe una buona notizia.
Quello che nella scheda non c'è
Abbiamo riletto le otto pagine cercando il museo che ci è stato raccontato. La parola «museo» c'è, molte volte. Gli oggetti compaiono come materia delle attività: visite con «racconto + uso oggetti», laboratori di «restauro oggetti».
Non c'è scritto che il museo è chiuso, né perché.
Non c'è il controsoffitto. Non c'è l'ascensore: c'è un montascale, «se multipiano».
Non c'è scritto quali sale resteranno all'esposizione e quali diventeranno coworking, laboratorio, hub. I 20.000 euro di allestimento comprano tavoli, scrivanie, cavalletti e scaffali per i tre nuovi spazi.
Tra le voci che hanno un prezzo, nessuna riguarda l'esposizione, la conservazione, l'inventario o la custodia degli oggetti. Dove andranno durante i lavori sul tetto e sugli infissi non è detto.
Non ci sono il responsabile del museo, le donazioni, le scuole a cui il museo già si rivolge. Non ci sono le trecento schede di catalogo, né il piano inferiore che nel 2008 si stava ristrutturando.
La Soprintendenza è nominata una volta sola, tra chi sceglierà gli artisti in residenza. Non per i lavori, né per la raccolta.
Una scheda per un bando è una sintesi, e queste risposte possono stare in altri documenti: il progetto dei lavori, l'accordo tra i partner, il cronoprogramma. Li avevamo chiesti. Il Comune ci ha mandato la scheda.
Museo civico etnografico di Atri · progetto RIABITA
Il museo che c'è, il progetto che arriva
A sinistra ciò che il museo ha. A destra ciò che prevede la scheda del progetto RIABITA. Al centro, dove le due cose si incontrano e dove no.
Riassunto dell'infografica, tema per tema.
La raccolta: il museo ha circa tremila oggetti nel 2008, donati dalla città nella quasi totalità, e fra questi gli attrezzi dei minatori atriani in Belgio, con un martello pneumatico che secondo il responsabile del museo è in lega di rame. Nella scheda gli oggetti compaiono solo come materia di visite con «uso oggetti» e di laboratori di «restauro oggetti»; la raccolta, le donazioni e il loro inventario non compaiono nella scheda.
Le vetrine e gli spazi: il museo ha vetrine dismesse dal Museo Capitolare e un piano inferiore che nel 2008 era in ristrutturazione. La scheda prevede coworking, sala laboratori e hub creativo, con 20.000 euro di allestimento per questi tre spazi; teche, percorso espositivo e piano inferiore non compaiono nella scheda.
Il catalogo: per conto della Soprintendenza circa trecento oggetti sono stati schedati, con schede consegnate nel 1998. Nella scheda la Soprintendenza compare solo nella commissione che sceglie gli artisti in residenza; le schede non compaiono.
La sala: secondo il responsabile del museo il museo è chiuso da circa cinque anni, dopo il distacco di una parte del controsoffitto, che è ancora aperto. La scheda prevede un coworking aperto dal lunedì al sabato e 60 visite con 1.000 visitatori; chiusura e controsoffitto non compaiono nella scheda.
L'accesso: secondo il responsabile del museo c'è un montacarichi-ascensore. La scheda prevede 15.000 euro di accessibilità e un montascale «se multipiano»; l'ascensore non compare nella scheda.
Le persone: il museo ha un responsabile che lo segue dal 1982, quando ne nacque l'idea; ha portato i suoi oggetti in mostre a Siviglia, Roma e Chieti, ha lavorato con le scuole negli anni Novanta e nel 2025, a sale chiuse, propone ancora alle scuole attività gratuite. La scheda affida la gestione a Formatalenti, prevede 48 visite delle scuole e, dopo il progetto, una convenzione di cinque anni; il responsabile e le attività già in corso non compaiono nella scheda.
La legge: le raccolte dei musei comunali sono beni culturali per legge; dividere una raccolta e fare lavori su un bene culturale richiedono un'autorizzazione; lo spostamento degli oggetti va denunciato prima alla Soprintendenza. Seguono le undici domande al Comune, in tre gruppi.
- da un documento
- secondo il responsabile del museo
- si incontrano
- non compare nella scheda
La raccolta
Circa tremila oggetti nel 2008, donati dalla città «nella quasi totalità».
Gli attrezzi dei minatori atriani in Belgio: martello pneumatico, gavetta, elmetto, tuta.
Il martello è in lega di rame, perché non faccia scintille.
Visite con «racconto + uso oggetti».
24 laboratori, fra cui «restauro oggetti».
Le vetrine e gli spazi
Le vetrine vengono dal Museo Capitolare.
Il piano inferiore, ultimo resto del convento di San Pietro, nel 2008 era in ristrutturazione per la tipografia e il frantoio.
Tre spazi nuovi: coworking, sala laboratori, hub creativo, con residenze d'artista.
20.000 euro di allestimento per questi tre spazi.
Il catalogo
Circa trecento schede di catalogo fatte per conto della Soprintendenza, consegnate nel 1998.
La Soprintendenza è citata una volta: nella commissione che sceglie gli artisti in residenza.
La sala
Chiuso da circa cinque anni, dopo il distacco di una parte del controsoffitto.
Il controsoffitto è ancora aperto in due punti sopra le teche (fotografie del responsabile).
Un coworking aperto dal lunedì al sabato.
60 visite guidate e 1.000 visitatori in due anni.
L'accesso
Un montacarichi-ascensore.
15.000 euro di accessibilità: rampa, bagno per disabili, montascale «se multipiano».
Le persone
Un responsabile che segue il museo dal 1982, quando ne nacque l'idea.
Mostre a Siviglia (1992), Roma (1996), Chieti (2005-2006); teatro con le scuole e una sala multimediale negli anni Novanta.
Nel 2025, a sale chiuse, laboratori, visite e incontri per le scuole, tutti gratuiti.
«Gestione museo» affidata alla cooperativa capofila; 48 visite delle scuole.
Dopo il progetto, una convenzione di gestione di cinque anni, rinnovabile.
Una raccolta che la legge protegge
Cicconi tiene a un punto, e chiede che lo sappiano sia i cittadini sia chi cura il progetto: il museo e la sua raccolta sono sotto la tutela della Soprintendenza, e ogni cambiamento del luogo o delle collezioni va comunicato a quell'ufficio.
Che la Soprintendenza conosca questa raccolta lo dice già il libro del 2008: i suoi funzionari sedevano nel comitato tecnico-scientifico del museo, e molti pezzi erano stati inventariati dalla Soprintendenza dell'Aquila.
La legge dice lo stesso. Per il Codice dei beni culturali le raccolte dei musei dei Comuni sono beni culturali senza bisogno di una dichiarazione (articolo 10). Dividere una raccolta richiede l'autorizzazione del Ministero; i lavori su un bene culturale richiedono quella del soprintendente; lo spostamento degli oggetti va denunciato prima alla Soprintendenza (articolo 21). Le raccolte dei musei pubblici non si possono vendere (articolo 54).
Lo mette in conto anche il bando della Fondazione CDP: le autorizzazioni della Soprintendenza vanno ottenute entro sei mesi dall'approvazione del contributo.
Le domande
Le rivolgiamo al Comune di Atri e ai partner del progetto.
Sulla sala
- Quando e con quale atto il museo è stato chiuso? Un tecnico ha verificato la sala?
- Quanto costa riparare il controsoffitto? Rientra nei 70.000 euro?
- L'ascensore funziona? A che cosa serve il montascale?
Sulla raccolta
- Quali sale resteranno destinate all'esposizione?
- Gli oggetti saranno spostati durante i lavori? Dove, e chi ne risponde?
- Che vincoli hanno i beni donati dai cittadini?
- Gli oggetti da «usare» e «restaurare» nei laboratori sono quelli della raccolta? Chi lo autorizza?
- Dove sono le circa trecento schede di catalogo consegnate nel 1998? Il progetto ne tiene conto?
- Il piano inferiore, in ristrutturazione nel 2008, è stato completato? È tra gli spazi del progetto?
Sulle regole e sulle persone
- La Soprintendenza è stata informata del progetto? Quali autorizzazioni sono state chieste, e quando?
- Chi gestisce oggi il museo, e che ruolo avrà nel progetto chi lo ha tenuto in vita fin qui?
Perché ce ne occupiamo
Un museo civico è un bene pubblico. Questo lo è due volte: perché appartiene al Comune e perché lo hanno riempito i cittadini. Chi ha donato il torchio del nonno o il martello portato dal Belgio lo ha dato alla città perché restasse lì, visibile, insieme agli altri.
RIABITA può essere l'occasione per riaprire quelle sale. Perché lo sia, la città deve poter leggere che cosa succede alle cose che ha donato. Le risposte del Comune, dei partner e delle persone citate le pubblicheremo per intero.
Come abbiamo lavorato
Ogni cifra del progetto viene dalla scheda trasmessa dal Comune il 1° ottobre 2026 in risposta alla nostra richiesta di accesso civico (protocollo n. 0020369 del 3 settembre 2026).
La storia e la descrizione della raccolta vengono soprattutto dal libro Il Museo etnografico di Atri, a cura di Eugenia Battistini, Gina Bosica, Ettore Cicconi e Walter Pellegrini (Andromeda Editrice, 2008), con i saggi di Cicconi, Elisa Amorosi, Walter Pellegrini e Calcedonio Tropea. Ne riportiamo i fatti con parole nostre; descrive il museo com'era nel 2008. Il resto viene dalla pagina del Comune sul museo, aggiornata l'8 novembre 2024, dalla scheda del Ministero della Cultura, dall'indagine ISTAT sui musei, da uno studio archeologico di Serena De Cesare sul sito di San Pietro e da un articolo di Santino Verna del 2013.
La chiusura, il controsoffitto, l'ascensore, il materiale del martello e l'esistenza dell'inventario e del registro delle donazioni ce li ha riferiti Ettore Cicconi, che ci ha dato anche le fotografie.
Le mostre e le attività del museo fino al 2008 vengono dal libro; le proposte alle scuole del 2025 da cinque documenti del museo e da due articoli di giornale.
Le norme citate sono quelle del Codice dei beni culturali (decreto legislativo 42 del 2004), modificato nel 2026. Questa pagina non è un parere legale.
OpenCivTech sta preparando con Ettore Cicconi, fonte di questa pagina, un sito che racconti il museo.
«Non c'è» vuol dire: non compare nei documenti che abbiamo.